La Rivoluzione Francese: dagli antefatti economici e politici che portarono alla Rivoluzione Francese alla presa della Bastiglia e successiva Assemblea Costituente. Parigi durante la Rivoluzione fu il cuore e il centro della diffusione del malessere popolare e della formazione dell' opinione pubblica che portò poi alla presa della Bastiglia. Chiaramente si arriva alla rivoluzione Francese dopo avvenimenti vari, i più problematici e influenti dei quali, si verificarono nei ventanni precedenti il 1789. Sbocco della Rivoluzione fu l' Assemblea Costituente.
Il ventennio prima della Rivoluzione: i fatti che portarono alla rivoluzione , dal punto di vista economico e da quello politico, avvennero in un arco di tempo di circa 20 anni, ma non furono altro che il frutto di una gestione alquanto approssimativa della vita del Paese.Dopo almeno 60 anni di crescita economica della Francia e di Parigi, coincisa con l’ avvento dell’ illuminismo, la Francia incomincia a entrare in una fase di economia calante, e questo in tutti i settori economici dello stato, quando le altre Nazioni europee si trovavano in pieno capitalismo. Troppo grande era stata la fase “fortunata” francese che aveva portato a credere che tutto non potesse che migliorare. La realtà era ben altra. La Francia aveva infatti mantenuto la struttura feudale dell’ antico regime, sia dal punto di vista politico organizzativo, sia dal punto di vista economico e in particolare nelle campagne dove i contadini ( la maggior parte della popolazione francese) vivevano ancora allo stato quasi di servi della Gleba;che avevano incominciato a respirare nel florido periodo precedente, fino al 1775; lo steso valeva per le corporazioni artigiane e la nascente borghesia, che in una fase di recessione come quella cui andava incontro la Francia, videro aggravarsi le proprie condizioni economiche che portarono tutte le categorie suddette al limite della sopravvivenza e della sopportabilità. Tutto questo, dall’ altra parte vedeva crescere il potere dei nobili e degli aristocratici che da sempre tendevano a sopprimere qualsiasi tentativo di emergere di altre classi sociali come nei 50 anni precedenti stava avvenendo. Questo accadeva in quegli anni e preparava l’ imminente Rivoluzione, che avrebbe cambiato di li a poco la storia della Francia e in parte dell’ Europa. Crisi economica: La data esatta della regressione è impossibile da precisare poiché il fenomeno non si manifesta ovunque nello stesso momento, ne ovunque si produce con la stessa intensità. Dopo il 1776 l'inversione di tendenza è però già un fatto compiuto. Ovunque i prezzi sono in discesa; cadono i prezzi del vino, perdono di slancio quelli del grano e dei cereali, una crisi foraggera si manifesta nel 1780 e culmina nel 1785 decimando il patrimonio zootecnico del paese, e l'economia francese entra in una crisi interciclica di recessione (cioè una crisi che si manifesta all'interno di una congiuntura di più lungo periodo di ascesa) che vedrà la sua fine solo nel 1791. Il regno di Luigi XVI novera un triste succedersi di ogni sorta di calamità agricole; raccolti insufficienti, cattive vendemmie, epizoozie e siccità prolungate che ledono il cuore dell'organismo economico e la produzione agricola e si ripercuotono su tutta la società aggravandone le tensioni, il malessere, il malcontento. Questa crisi interciclica, che non cessa di trovare conferma negli studi specializzati del periodo, è l'elemento di fondo della storia francese nel ventennio pre-rivoluzionario; su di essa va misurato il malessere sociale poiché, esasperando i contrasti, essa coinvolge e si ripercuote su tutto l'apparato istituzionale e fa del mutamento un imperativo collettivo. Meno dura di tante crisi del passato e dei lunghi periodi di stagnazione che la storia di Francia ha conosciuto, ma sopraggiunta a spezzare una fase di rigoglio e di decollo economico, fu ancor più crudelmente sentita ed ebbe effetti disastrosi sul sistema politico. Le masse popolari arretrarono rispetto alle posizioni faticosamente conquistate e furono di nuovo ricacciate in un'area ''di incerta sussistenza. I venti favorevoli alla borghesia cadono, negli anni '70, con i primi sintomi di questa crisi. Il prezzo dell'affitto agricolo cresce sproporzionatamente nel ventennio pre-rivoluzionario, mentre il prodotto diminuisce e l'affittuario, piccolo o grande, diviene perdente; triplicano le imposte dirette alle quali è difficile sottrarsi; l'incetta di capitali a bassa rendita che la monarchia compie per salvarsi dalla bancarotta rinsecchisce il credito e impoverisce vasti ceti di rentiers; la guerra d'America (1774-1782) rallenta il commercio internazionale; i tentativi di riduzione della spesa pubblica rischiano di bloccare i meccanismi della mobilità sociale chiudendo ai borghesi le porte di accesso alla burocrazia che da tempo offre una concreta possibilità di ascesa. Per contro l'aristocrazia coglie l'occasione per prendere la iniziativa sulle borghesie che si sono rafforzate nella prima metà del secolo; essa vuole una rivincita economica e spreme fino al midollo il suo potere feudale scatenando quella che, in presenza della crisi, diviene una brutale « reazione signorile ». Il tentativo di accrescere i redditi si traduce nel vertiginoso aumento dei fitti agricoli, nel severo controllo del prelievo feudale che non ammette più la minima eva-sione, e, all'occasione, nel ripristino di diritti e privilegi caduti in desuetudine o mai chiaramente accertati. Così la foresta viene strappata all'uso della comunità rurale e il prezzo del legno, tanto necessario all'economia domestica dell'antico regime, decuplica in pochi anni; i pascoli un tempo aperti sono ora utilizzabili dietro contropartita: il che contribuisce a elevare il prezzo della carne; i beni comunali vengono poi assorbiti e assimilati alle signorie e anche i più rutili privilegi vengono dati in appalto a un fermier che saprà farli fruttare; la speculazione del signore sulla elementare trasformazione del prodotto agricolo, come la riduzione del grano in farina per mezzo del mulino signorile, diviene vessatoria, e la concorrenza del prodotto aristocratico, esente dalle imposizioni fiscali, risulta intollerabile per il contadino. La fuga da Versailles e il parziale ritorno sulle terre per sorvegliare l'andamento della rendita esigono inoltre il ripristino di molte corvées come quella di « abbellimento sontuario dei castelli » che è resa ancor più gravosa dal desiderio degli aristocratici di partecipare alle novità artistiche del secolo. Non meno dura è la pressione dell'aristocrazia al di fuori del mondo rurale. Nelle città, dove i privilegiati (soprattutto il clero) sono proprietari di vasti blocchi di immobili e si dedicano attivamente alla speculazione, sia gli affitti che il prezzo delle case raddoppiano nella seconda metà del secolo. Nel mondo degli offices e nell'apparato dello stato, seppure fallisce il tentativo di una completa restaurazione aristocratica, la nobiltà resiste sulle sue posizioni e riesce a frantumare ogni tentativo di evoluzione in senso liberale del sistema monarchico ostacolando tenacemente la ascesa delle borghesie.
La storia politica della crisi dell'antico regime nasce appunto da questa resistenza aristocratica che costituisce il nucleo essenziale dell'opposizione al governo e alla monarchia e cristallizza l'evoluzione del sistema degradando le istituzioni fino a distruggerle. Cerchiamo di esaminarla nei particolari penetrando più a fondo nel tessuto istituzionale della Francia, di narrare le vicende politiche nel ventennio pre-rivo-luzionario. La fazione che Animava la lotta: Siamo negli anni in cui si erano susseguiti diversi ministri a capo del Governo Francese, tra cui Colonne che aveva cercato di dare una sterzata forte ai vecchi sistemi tanto invisi al popolo e che per questo era stato poi costretto alle dimissioni, data la forte opposizione del Parlamento e della Magistratura, più ancora che da parte del Re e della Aristocrazia ad esso più vicina. La situazione economica della Francia era ormai al collasso e tutti cercavano di rattoppare qua e la le falle che si aprivano in continuazione nei conti pubblici. Tutti cercavano di farlo chiedendo prestiti enormi che non facevano altro che inguaiare ancor più la situazione. E intanto il malumore aveva raggiunto livelli preoccupanti, gettando confusione su quale fosse la causa migliore da abbracciare per non colare a picco. Ad animare questa lotta politica vi erano dei « partiti »? e se vi erano, quali erano e chi ne faceva parte? Certo, assunto nella sua ordierna dimensione di istituzione politica, il partito non trova corrispettivo nella Francia dell'antico regime. Vi erano però sicuramente gruppi di pressione e di opinione, clientele, solidarietà e cenacoli ad animare la rete di alleanze e opposizioni di cui abbisogna la lotta politica. Almeno due milioni di persone partecipavano in modo attivo, anche se con una visione confusa, alle vicende politiche. Nelle città parlamentari, nelle capitali delle province e nei grossi centri commerciali si sentivano tutti più o meno compresi dei problemi dello stato e del governo, la cui politica finanziaria e fiscale aveva riflessi immediati sulla vita quotidiana. Una discreta rete di giornali, una vasta produzione di libelli e un'industria editoriale attiva e spe-culatrice facevano infine filtrare l'eco degli avvenimenti pubblici anche nel ristretto e disperso mondo alfabeta dei villaggi rurali. Perciò nel paese esisteva un'opinione pubblica; il nerbo ne erano ovviamente i ceti borghesi urbani, ma anche il basso clero ne era parte importante; poi ne faceva parte l'aristocrazia che, con il suo danaro e quel tanto di prestigio che le era rimasto, tentava di egemonizzarla e di guidarla. E quest'opinione pubblica ancora nel 1787 era divisa tra governo e parlamento, unici poli della lotta politica. Esisteva sicuramente un « partito nazionale », un partito delle riforme e della monarchia. Ed esso raccoglieva una minoranza aristocratica di vocazione massonica e liberale e ampie fasce dell'alta borghesia sua pari ed alleata. Dominato dagli ideali del dispotismo illuminato ed erede del partito filosofico, questo eterogeneo gruppo teneva a sé legati tutti coloro che speravano di trarre profitto dalle riforme così a lungo promesse: avvocati desiderosi di accedere alla magistratura, burocrati cui era preclusa la carriera o compiacenti verso il governo in vista di una personale ascesa, ufficiali dell'esercito di origine borghese ai quali solo una trasformazione del sistema avrebbe permesso di accedere agli alti gradi. Il governo essendo diviso e la monarchia impotente, il gruppo aveva stretto le fila e si era confuso con il governo il quale da parte sua lo aveva utilizzato. Il governo e la monarchia non erano riusciti, deboli come erano, a creare una rete di propaganda tale da fronteggiare l'opposizione. A stento, nel corso del secolo, isolati ministri avevano costituito nuclei di collaboratori in grado di lavorare in accordo e in vista di precisi obiettivi. Turgot e Necker lo avevano fatto e anche Calonne. Brienne, come i suoi predecessori, cercò l'alleanza del partito nazionale e finanziò libellisti abili che animarono una vivace campagna di stampa senza peraltro riuscire a fronteggiare l'opposizione. Il grosso dell'aristocrazia era unito, ma non costituiva un partito, ne riusciva più ad attrarre a sé l'opinione pubblica. Nelle campagne lo spirito antifeudale e antiaristocratico aveva ormai conquistato le grandi masse contadine. Nelle città l'aristocrazia era soggiogata al parlamento. Nell'esercito, sostanzialmente fedele al governo, lo spirito di corpo militare prevaleva sullo spirito di casta aristocratico. La corte era divisa e non si rendeva conto della direzione che avevano preso gli avvenimenti. Molti si illusero che una convocazione degli Stati avrebbe assicurato una definitiva restaurazione dell'ordine sull'assolutismo. Una forza a sé e quasi un partito era costituito dal duca d'Orléans il quale presentava il 20 agosto, al culmine della crisi politica, una memoria al rè in favore del parlamento e in cui venivano messi sotto accusa il governo e i ministri. Uomo da poco e dalle futili ambizioni, egli raccoglieva intorno a sé un gruppo eterogeneo di spiriti, tra i quali molti dei futuri rivoluzionari, senza tuttavia costituire una guida ne avere un chiaro disegno politico. La magistratura parlamentare costituiva, come si è visto, una vera forza politica. Essa poteva contare sulla solidarietà di tutti i parlamenti del regno, sulla fedeltà delle magistrature inferiori e sull'appoggio dell'ordine degli avvocati che trascinava con sé un esercito di praticanti colpiti nei loro interessi da ogni sospensione dell'attività giudiziaria. Il richiamo ai valori tradizionali, la difesa del regime e la lotta per la conservazione coagulavano poi forze considerevoli. Aderivano al partito parlamentare tutti coloro che ritenevano, a torto o a ragione, di avere qualcosa da perdere: dagli appaltatori delle imposte con il loro esercito di informatori e agenti, agli esponenti delle municipalità e delle autonomie locali, agli artigiani gelosi del sistema corporativo. Ma il fronte parlamentare non era compatto. Avvocati, procuratori e praticanti lottavano a fianco della magistratura anche nella speranza di riaprire i canali di accesso al parlamento da tempo chiusi alla borghesia forense, e ciò costituiva un malinteso e al tempo stesso un motivo di attrito tra magistrati e avvocati. Inoltre le decisioni del parlamento, sempre prese a maggioranza di voti e assai di rado all'unanimità, rivelavano un discreto margine di incertezze e di dissensi. Nel 1787 il parlamento parigino era guidato da giovani magistrati ambiziosi e smaniosi di conquistarsi celebrità e fare carriera politica, e costoro avevano accolto il linguaggio del secolo e con esso avevano rivestito e in parte rigenerato la vecchia ideologia parlamentare per renderla accetta ai ceti borghesi. Più prudenti e concilianti, i vecchi parlamentari cercavano di frenare l'impeto antiassolutista di queste giovani leve tenendosi, se possibile, al riparo e cercando di scongiurare i più violenti conflitti. Ma vi erano anche coloro, una minoranza in verità, che aderivano sinceramente e consapevolmente agli ideali liberali e democratici dell'illuminismo e lottavano per la costruzione di uno stato nuovo ben sapendo che in esso la vecchia istitu-2Ìone parlamentare non avrebbe più avuto alcuna funzione. Così la Société des trente era nata dall'ambiente parlamentare parigino e raggruppava i più lungimiranti uomini del Terzo stato, da Sieyès a Mirabeau a Condorcet a Duport. Essa conduceva una propria politica in vista della convocazione degli Stati generali e cercava di influire sul parlamento facendone un proprio strumento. Alla creazione del futuro stato borghese si lavorava anche in altri salotti, clubs e cenacoli della capitale, ma le idee erano, ancora nel 1787, vaghe e confuse. I ceti popolosi del Terzo stato, le medie e le piccole borghesie si tenevano discoste dalle vicende e osservavano incerte senza prendere posizione. « Neppure un sol uomo prima del 1789 ha immaginato la rivoluzione. — scriverà un grande rivoluzionario — ne ha calcolato il suo cammino o dedicato il minimo pensiero agli ostacoli che avrebbe saputo superare ». Eppure l'appello, mille volte ripetuto dal parlamento, ai « diritti della nazione », alla « costituzione del regno », alle « leggi sacre e inviolabili », alla lotta contro il dispotismo e alle « primitive libertà della nazione » aveva finito per scuotere l'opinione di questi ceti trascinandola nelle passioni di piazza. Divenuto primo ministro il 28 agosto 1787, Brienne se ne assunse tutte le responsabilità. Operò decisi ritagli alla spesa della casa reale riducendola massicciamente. Condusse poi trattative segrete col parlamento esiliato e giunse a un accordo; nel mese di settembre i magistrati furono richiamati a Parigi. Ma la manovra screditò agli occhi del pubblico tanto la monarchia quanto il parlamento. Il partito nazionale fu deluso del governo, i partigiani del parlamento si sentirono umiliati e confusi. Ma fu solo un attimo di smarrimento; ben presto la lotta riprese. Con un'attività davvero encomiabile il ministro aveva ri-I maneggiato il programma di Calonne e lo stava realizzando; ma oltre alle riforme occorrevano soldi e subito. Il bilancio di previsione per il 1788 prevedeva un deficit di 160 milioni. L'andamento generale dell'economia era insoddisfacente, la ; rendita feudale toccava il suo culmino e superava di gran lunga il prelievo fiscale, le riforme avrebbero dato i loro ^ profitti solo col tempo; non si vedeva dunque donde trarre nuovo danaro. Anche qui Brienne riprese i progetti di Calonne e decise di ricorrere al prestito, ma un prestito programmato in un arco di tempo quinquennale per l'ammontare complessivo di 420 milioni. Per ottenere la registrazione di un simile editto occorreva tuttavia togliere al parlamento ogni arma di offesa, promettere una futura convocazione degli Stati, prendere insomma l'iniziativa sulla magistratura in questa pericolosa corsa di appello al popolo. E così il 19 novembre 1787, in una seduta solenne del parlamento alla presenza del rè e dei pari di Francia, fu data lettura degli editti di prestito e promessa la convocazione degli Stati per il 1792. Colti di sorpresa i magistrati si agitarono senza ordine ne strategia e non trovarono altra forma di opposizione che chiedere una convocazione immediata degli Stati. Il duca d'Orleans protestò per l'illegalità della seduta e per l'ordine di registrazione. Poco mancò che la riunione degenerasse in una rissa armata alla presenza del monarca. Brienne reagì con decisione: il duca d'Orleans fu esiliato, alcuni magistrati incriminati, le rimostranze del parlamento cassate. Riprese la lotta; in provincia riprese l'agitazione più violenta che mai. « Gli abusi a lungo tollerati e l'oblio delle regole di governo — scrivevano i parlamentari di Rennes — conducono al disprezzo delle leggi e il disprezzo delle leggi prepara la caduta degli imperi ». Ma con la sola promessa della convocazione degli Stati generali la monarchia assoluta aveva dichiarato fallimento e con essa falliva la società di antico regime. Roberto Moro da " www.lastoria.org " Ecco le tape degli avvenimenti del 1789: Gli Stati generali, solennemente inaugurati il 5 maggio 1789, dopo neanche tre mesi, il 9 luglio, si proclamano Assemblea nazionale costituente, e la vittoria popolare parigina del 14 luglio assicura il successo del movimento: in quei tre mesi decisivi, tutti gli elementi di una situazione esplosiva giunsero a una maturazione gravida di conseguenze. La campagna elettorale, per la prima volta, aveva davvero dato al popolo francese il diritto alla parola, ed esso ne aveva usato nelle sue assemblee: dai più ingenui ai più elaborati, i cahiers de doléances sono un'impressionante testimonianza collettiva dell'ansia di mutamento alla quale la stessa forma del cerimoniale d'apertura degli Stati generali non sembrava la più adatta a rispondere. Ma sul problema del voto, pro capite o " per ordine ", il Terzo stato ha immediatamente affermato la sua volontà di mostrare ai privilegiati quale posizione intendesse assumere. Il 6 maggio, sul modello della costituzione inglese il Terzo si definisce un corpo elettorale autonomo e nuovo e assume il nome, per imitazione del linguaggio politico inglese, si attribuisce il titolo di (camera dei) Comuni.
L’ assemblea si proclama il 9 luglio 1789 Assemblea Nazionale Costituente Dichiaratisi Assemblea nazionale Costituente, e persuasi gli Ordini privilegiati a sedere con loro, i deputati del Terzo avvertono chiaramente la precarietà della propria situazione, quando col concentramento delle truppe a Parigi e il licenziamento di Necker, l'11 luglio, si profila la controffensiva monarchica. Ma a questo punto subentra la popolazione parigina, che si dà un'organizzazione rivoluzionaria. All'inizio di giugno, nel quadro delle assemblee elettorali degli Stati generali, la borghesia parigina getta le basi di un nuovo potere, e il popolo di Parigi comincia ad armarsi L'11 luglio fu destituito il primo ministro Necker e il 19 luglio si marciò verso la Bastiglia, simbolo del potere assoluto. Potete trovare il racconto della presa della Bastiglia su www.lastoria.org Nello stesso mese divampa nelle campagne francesi la così detta Grande Paura: Col suo ritmo particolare e i suoi specifici obiettivi di lotta, la cosiddetta rivoluzione contadina non è una conseguenza delle rivoluzioni urbane. Dopo le prime insurrezioni della primavera del 1789, le sommosse agrarie dilagano in molte regioni (nel Nord, nell'Hainaut, all'Ovest, in Bretagna e nel bocage normanno, come all'Est, nell'Alta Alsazia e nella Franca Contea, poi nella regione di M?con), in una rivolta antinobiliare in cui spesso s'incendiano i castelli, ma che, sebbene violenta, raramente è sanguinosa. Nella seconda metà di luglio, in questo contesto di rivolte localizzate, viene a inserirsi la Grande paura, movimento consimile e insieme diverso che interesserà più della metà del territorio francese. Si tratta di un panico collettivo e a prima vista inspiegabile, che secondo l'interpretazione classica di George Lefebvre, è l'eco distorta delle rivoluzioni urbane rimbalzata nelle campagne. Il suo tema è elementare e molteplice a un tempo: i contadini si armano per fronteggiare pericoli immaginari: piemontesi nelle Alpi, inglesi sulla costa, " briganti " ovunque. Diffuso per contatto, il panico svanisce rapidamente, ma in pochi giorni giunge sino ai confini del regno, dando esca alla rivolta agraria e prolungandosi nel saccheggio dei castelli e nei falò dei titoli del prelievo feudale. Per questa ragioni, la Grande paura è assai di più che un moto "scaturito dalla notte dei tempi ", per dirla con Michelet: essa realizza la mobilitazione delle masse contadine, e ne simboleggia l'ingresso ufficiale nella Rivoluzione.1789 - 4 agosto Abolizione dei privilegi 26 agosto - Approvazione della Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Sotto la spinta delle emozioni suscitate dal generalizzato moto di rivolta della Grande paura l'Assemblea nazionale affronta il tema centrale dell'Antico regime e della società rurale: il regime del privilegio che accompagna la storia di Francia e dell'intera Europa fin dal cuore del medioevo. Il che non vuol dire che la classe politica rivoluzionaria del Terzo Stato abbia immediatamente accettato l'intrusione e la pressione delle masse popolari: allorché, il 3 agosto 1789, la questione venne sottoposta all'Assemblea nazionale, più di un deputato del Terzo stato si mostrò incline a un vigoroso ritorno all'ordine, e fu dal realismo di alcuni nobili "liberali" che nacque l'iniziativa sfociata nella notte del 4 agosto, in cui i privilegiati fecero rinuncia formale del proprio status privilegiato. La notte del 4 agosto fu un momento di slancio collettivo in cui nobili ed ecclesiastici rinunciarono ai propri privilegi con generosa emulazione; ma i ripensamenti non si fecero attendere: sebbene il decreto finale dichiari che l'Assemblea nazionale "abolisce radicalmente il sistema feudale", introduce però delle sottili distinzioni fra diritti personali, aboliti senza indennizzo, e "i dritti reali", gravanti sulla terra e dichiarati semplicemente riscattabili. Nonostante queste restrizioni, la notte del 4 agosto getta comunque le basi di un nuovo diritto civile borghese, fondato sull'uguaglianza e la libertà d'impresa. Nei mesi e negli anni seguenti, d'altronde, davanti al rifiuto ostinato dei contadini, le restrizioni introdotte decaddero, e la violenta opposizione delle campagne impose l'abolizione pura e semplice degli ultimi resti del sistema feudale Su questa tabula rasa, effetto della formale abolizione dei diritti feudali ma in realtà e nella sostanza dell'intero ordine costituito, bisognava ormai ricostruire tutto il sistema della civile convivenza: dalla fine del 1789 al 1791 l'Assemblea nazionale "costituente" preparò la nuova Costituzione che avrebbe retto la Francia, e il cui preludio fu la solenne Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, che il 26 agosto 1789 proclamando i nuovi valori di libertà, uguaglianza, sicurezza e proprietà, poi della fraternità, si dava corpo al nuovo soggetto politico: il cittadino. Il rovesciamento suddito/cittadino apre la strada di tutto il corso rivoluzionario e lo rende legittimo. La discussione della futura Costituzione occupò buona parte delle sessioni dell'Assemblea nel corso della seconda metà del 1789. Le opposizioni si polarizzarono su un certo numero di punti cruciali, quali il problema del diritto di pace e di guerra o quello del diritto di " veto ", che dava alla monarchia la possibilit? di bloccare le leggi approvate dall'Assemblea. Ma prima ancora che l'atto costituzionale fosse perfezionato, le necessità del momento spinsero l'Assemblea a impegnarsi in esperienze nuove e a lanciarsi in azioni impreviste. La crisi finanziaria, irrisolto problema della monarchia d'Ancien Régime, portò ad esempio all'esperimento monetario degli assegnati, banconote garantite dal ricavato della vendita dei beni ecclesiastici nazionalizzati. L'Assemblea pertanto dovette dare al clero un nuovo statuto, retribuendone i membri come funzionari pubblici: nacque così la " Costituzione civile del clero ", approvata nel 1791 e che ebbe conseguenze incalcolabili Da quì incominciarono, o forse meglio proseguirono, le tante rivolte interne tra diverse fazioni alle quali la stessa Costituente nulla poteva contraporre. Da quì si arrivo fino alla fine della Monarchia Assoluta di Luigi XVI.
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