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La Rivoluzione Francese PDF Stampa E-mail
Indice articolo
La Rivoluzione Francese
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Crisi economica:
La data esatta della regressione è impossibile da precisare poiché il feno­meno non si manifesta ovunque nello stesso momento, ne ovunque si produce con la stessa intensità. Dopo il 1776 l'inversione di tendenza è però già un fatto compiuto. Ovun­que i prezzi sono in discesa; cadono i prezzi del vino, perdono di slancio quelli del grano e dei cereali, una crisi foraggera si manifesta nel 1780 e culmina nel 1785 decimando il patrimonio zootecnico del paese, e l'economia francese entra in una crisi interciclica di recessione (cioè una crisi che si manifesta all'interno di una congiuntura di più lungo periodo di ascesa) che vedrà la sua fine solo nel 1791. Il regno di Luigi XVI novera un triste succedersi di ogni sorta di calamità agricole; raccolti insufficienti, cattive vendemmie, epizoozie e siccità prolungate che ledono il cuore dell'orga­nismo economico e la produzione agricola e si ripercuotono su tutta la società aggravandone le tensioni, il malessere, il malcontento. Questa crisi interciclica, che non cessa di trovare conferma negli studi specializzati del periodo, è l'elemento di fondo della storia francese nel ventennio pre-­rivoluzionario; su di essa va misurato il malessere sociale poiché, esasperando i contrasti, essa coinvolge e si riper­cuote su tutto l'apparato istituzionale e fa del mutamento un imperativo collettivo. Meno dura di tante crisi del pas­sato e dei lunghi periodi di stagnazione che la storia di Francia ha conosciuto, ma sopraggiunta a spezzare una fase di rigoglio e di decollo economico, fu ancor più crudelmente sentita ed ebbe effetti disastrosi sul sistema politico.
Le masse popolari arretrarono rispetto alle posizioni faticosamente conquistate e furono di nuovo ricacciate in un'area ''di incerta sussistenza. I venti favorevoli alla borghesia ca­dono, negli anni '70, con i primi sintomi di questa crisi. Il prezzo dell'affitto agricolo cresce sproporzionatamente nel ventennio pre-rivoluzionario, mentre il prodotto diminuisce e l'affittuario, piccolo o grande, diviene perdente; triplicano le imposte dirette alle quali è difficile sottrarsi; l'incetta di capitali a bassa rendita che la monarchia compie per salvarsi dalla bancarotta rinsecchisce il credito e impoverisce vasti ceti di rentiers; la guerra d'America (1774-1782) rallenta il commercio internazionale; i tentativi di riduzione della spesa pubblica rischiano di bloccare i meccanismi della mo­bilità sociale chiudendo ai borghesi le porte di accesso alla burocrazia che da tempo offre una concreta possibilità di ascesa.
Per contro l'aristocrazia coglie l'occasione per prendere la iniziativa sulle borghesie che si sono rafforzate nella prima metà del secolo; essa vuole una rivincita economica e spre­me fino al midollo il suo potere feudale scatenando quella che, in presenza della crisi, diviene una brutale « reazione signorile ». Il tentativo di accrescere i redditi si traduce nel vertiginoso aumento dei fitti agricoli, nel severo controllo del prelievo feudale che non ammette più la minima eva-sione, e, all'occasione, nel ripristino di diritti e privilegi caduti in desuetudine o mai chiaramente accertati. Così la foresta viene strappata all'uso della comunità rurale e il prezzo del legno, tanto necessario all'economia domestica dell'antico regime, decuplica in pochi anni; i pascoli un tempo aperti sono ora utilizzabili dietro contropartita: il che con­tribuisce a elevare il prezzo della carne; i beni comunali vengono poi assorbiti e assimilati alle signorie e anche i più rutili privilegi vengono dati in appalto a un fermier che saprà farli fruttare; la speculazione del signore sulla elemen­tare trasformazione del prodotto agricolo, come la riduzione del grano in farina per mezzo del mulino signorile, diviene vessatoria, e la concorrenza del prodotto aristocratico, esente dalle imposizioni fiscali, risulta intollerabile per il contadino. La fuga da Versailles e il parziale ritorno sulle terre per sorvegliare l'andamento della rendita esigono inoltre il ri­pristino di molte corvées come quella di « abbellimento sontuario dei castelli » che è resa ancor più gravosa dal desiderio degli aristocratici di partecipare alle novità artistiche del secolo. Non meno dura è la pressione dell'aristocrazia al di fuori del mondo rurale. Nelle città, dove i privilegiati (so­prattutto il clero) sono proprietari di vasti blocchi di immo­bili e si dedicano attivamente alla speculazione, sia gli affitti che il prezzo delle case raddoppiano nella seconda metà del secolo. Nel mondo degli offices e nell'apparato dello stato, seppure fallisce il tentativo di una completa restau­razione aristocratica, la nobiltà resiste sulle sue posizioni e riesce a frantumare ogni tentativo di evoluzione in senso liberale del sistema monarchico ostacolando tenacemente la ascesa delle borghesie.



 

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