Parigi: la storia
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Pagina 3 di 4 La storia politica della crisi dell'antico regime nasce appunto da questa resistenza aristocratica che costituisce il nucleo essenziale dell'opposizione al governo e alla monarchia e cristallizza l'evoluzione del sistema degradando le istituzioni fino a distruggerle. Cerchiamo di esaminarla nei particolari penetrando più a fondo nel tessuto istituzionale della Francia, di narrare le vicende politiche nel ventennio pre-rivo-luzionario. La fazione che Animava la lotta: Siamo negli anni in cui si erano susseguiti diversi ministri a capo del Governo Francese, tra cui Colonne che aveva cercato di dare una sterzata forte ai vecchi sistemi tanto invisi al popolo e che per questo era stato poi costretto alle dimissioni, data la forte opposizione del Parlamento e della Magistratura, più ancora che da parte del Re e della Aristocrazia ad esso più vicina. La situazione economica della Francia era ormai al collasso e tutti cercavano di rattoppare qua e la le falle che si aprivano in continuazione nei conti pubblici. Tutti cercavano di farlo chiedendo prestiti enormi che non facevano altro che inguaiare ancor più la situazione. E intanto il malumore aveva raggiunto livelli preoccupanti, gettando confusione su quale fosse la causa migliore da abbracciare per non colare a picco. Ad animare questa lotta politica vi erano dei « partiti »? e se vi erano, quali erano e chi ne faceva parte? Certo, assunto nella sua ordierna dimensione di istituzione politica, il partito non trova corrispettivo nella Francia dell'antico regime. Vi erano però sicuramente gruppi di pressione e di opinione, clientele, solidarietà e cenacoli ad animare la rete di alleanze e opposizioni di cui abbisogna la lotta politica. Almeno due milioni di persone partecipavano in modo attivo, anche se con una visione confusa, alle vicende politiche. Nelle città parlamentari, nelle capitali delle province e nei grossi centri commerciali si sentivano tutti più o meno compresi dei problemi dello stato e del governo, la cui politica finanziaria e fiscale aveva riflessi immediati sulla vita quotidiana. Una discreta rete di giornali, una vasta produzione di libelli e un'industria editoriale attiva e spe-culatrice facevano infine filtrare l'eco degli avvenimenti pubblici anche nel ristretto e disperso mondo alfabeta dei villaggi rurali. Perciò nel paese esisteva un'opinione pubblica; il nerbo ne erano ovviamente i ceti borghesi urbani, ma anche il basso clero ne era parte importante; poi ne faceva parte l'aristocrazia che, con il suo danaro e quel tanto di prestigio che le era rimasto, tentava di egemonizzarla e di guidarla. E quest'opinione pubblica ancora nel 1787 era divisa tra governo e parlamento, unici poli della lotta politica. Esisteva sicuramente un « partito nazionale », un partito delle riforme e della monarchia. Ed esso raccoglieva una minoranza aristocratica di vocazione massonica e liberale e ampie fasce dell'alta borghesia sua pari ed alleata. Dominato dagli ideali del dispotismo illuminato ed erede del partito filosofico, questo eterogeneo gruppo teneva a sé legati tutti coloro che speravano di trarre profitto dalle riforme così a lungo promesse: avvocati desiderosi di accedere alla magistratura, burocrati cui era preclusa la carriera o compiacenti verso il governo in vista di una personale ascesa, ufficiali dell'esercito di origine borghese ai quali solo una trasformazione del sistema avrebbe permesso di accedere agli alti gradi. Il governo essendo diviso e la monarchia impotente, il gruppo aveva stretto le fila e si era confuso con il governo il quale da parte sua lo aveva utilizzato. Il governo e la monarchia non erano riusciti, deboli come erano, a creare una rete di propaganda tale da fronteggiare l'opposizione. A stento, nel corso del secolo, isolati ministri avevano costituito nuclei di collaboratori in grado di lavorare in accordo e in vista di precisi obiettivi. Turgot e Necker lo avevano fatto e anche Calonne. Brienne, come i suoi predecessori, cercò l'alleanza del partito nazionale e finanziò libellisti abili che animarono una vivace campagna di stampa senza peraltro riuscire a fronteggiare l'opposizione. Il grosso dell'aristocrazia era unito, ma non costituiva un partito, ne riusciva più ad attrarre a sé l'opinione pubblica. Nelle campagne lo spirito antifeudale e antiaristocratico aveva ormai conquistato le grandi masse contadine. Nelle città l'aristocrazia era soggiogata al parlamento. Nell'esercito, sostanzialmente fedele al governo, lo spirito di corpo militare prevaleva sullo spirito di casta aristocratico. La corte era divisa e non si rendeva conto della direzione che avevano preso gli avvenimenti. Molti si illusero che una convocazione degli Stati avrebbe assicurato una definitiva restaurazione dell'ordine sull'assolutismo. Una forza a sé e quasi un partito era costituito dal duca d'Orléans il quale presentava il 20 agosto, al culmine della crisi politica, una memoria al rè in favore del parlamento e in cui venivano messi sotto accusa il governo e i ministri. Uomo da poco e dalle futili ambizioni, egli raccoglieva intorno a sé un gruppo eterogeneo di spiriti, tra i quali molti dei futuri rivoluzionari, senza tuttavia costituire una guida ne avere un chiaro disegno politico. La magistratura parlamentare costituiva, come si è visto, una vera forza politica. Essa poteva contare sulla solidarietà di tutti i parlamenti del regno, sulla fedeltà delle magistrature inferiori e sull'appoggio dell'ordine degli avvocati che trascinava con sé un esercito di praticanti colpiti nei loro interessi da ogni sospensione dell'attività giudiziaria. Il richiamo ai valori tradizionali, la difesa del regime e la lotta per la conservazione coagulavano poi forze considerevoli. Aderivano al partito parlamentare tutti coloro che ritenevano, a torto o a ragione, di avere qualcosa da perdere: dagli appaltatori delle imposte con il loro esercito di informatori e agenti, agli esponenti delle municipalità e delle autonomie locali, agli artigiani gelosi del sistema corporativo. Ma il fronte parlamentare non era compatto. Avvocati, procuratori e praticanti lottavano a fianco della magistratura anche nella speranza di riaprire i canali di accesso al parlamento da tempo chiusi alla borghesia forense, e ciò costituiva un malinteso e al tempo stesso un motivo di attrito tra magistrati e avvocati. Inoltre le decisioni del parlamento, sempre prese a maggioranza di voti e assai di rado all'unanimità, rivelavano un discreto margine di incertezze e di dissensi. Nel 1787 il parlamento parigino era guidato da giovani magistrati ambiziosi e smaniosi di conquistarsi celebrità e fare carriera politica, e costoro avevano accolto il linguaggio del secolo e con esso avevano rivestito e in parte rigenerato la vecchia ideologia parlamentare per renderla accetta ai ceti borghesi. Più prudenti e concilianti, i vecchi parlamentari cercavano di frenare l'impeto antiassolutista di queste giovani leve tenendosi, se possibile, al riparo e cercando di scongiurare i più violenti conflitti. Ma vi erano anche coloro, una minoranza in verità, che aderivano sinceramente e consapevolmente agli ideali liberali e democratici dell'illuminismo e lottavano per la costruzione di uno stato nuovo ben sapendo che in esso la vecchia istitu-2Ìone parlamentare non avrebbe più avuto alcuna funzione. Così la Société des trente era nata dall'ambiente parlamentare parigino e raggruppava i più lungimiranti uomini del Terzo stato, da Sieyès a Mirabeau a Condorcet a Duport. Essa conduceva una propria politica in vista della convocazione degli Stati generali e cercava di influire sul parlamento facendone un proprio strumento. Alla creazione del futuro stato borghese si lavorava anche in altri salotti, clubs e cenacoli della capitale, ma le idee erano, ancora nel 1787, vaghe e confuse. I ceti popolosi del Terzo stato, le medie e le piccole borghesie si tenevano discoste dalle vicende e osservavano incerte senza prendere posizione. « Neppure un sol uomo prima del 1789 ha immaginato la rivoluzione. — scriverà un grande rivoluzionario — ne ha calcolato il suo cammino o dedicato il minimo pensiero agli ostacoli che avrebbe saputo superare ». Eppure l'appello, mille volte ripetuto dal parlamento, ai « diritti della nazione », alla « costituzione del regno », alle « leggi sacre e inviolabili », alla lotta contro il dispotismo e alle « primitive libertà della nazione » aveva finito per scuotere l'opinione di questi ceti trascinandola nelle passioni di piazza. Divenuto primo ministro il 28 agosto 1787, Brienne se ne assunse tutte le responsabilità. Operò decisi ritagli alla spesa della casa reale riducendola massicciamente. Condusse poi trattative segrete col parlamento esiliato e giunse a un accordo; nel mese di settembre i magistrati furono richiamati a Parigi. Ma la manovra screditò agli occhi del pubblico tanto la monarchia quanto il parlamento. Il partito nazionale fu deluso del governo, i partigiani del parlamento si sentirono umiliati e confusi. Ma fu solo un attimo di smarrimento; ben presto la lotta riprese. Con un'attività davvero encomiabile il ministro aveva ri-I maneggiato il programma di Calonne e lo stava realizzando; ma oltre alle riforme occorrevano soldi e subito. Il bilancio di previsione per il 1788 prevedeva un deficit di 160 milioni. L'andamento generale dell'economia era insoddisfacente, la ; rendita feudale toccava il suo culmino e superava di gran lunga il prelievo fiscale, le riforme avrebbero dato i loro ^ profitti solo col tempo; non si vedeva dunque donde trarre nuovo danaro. Anche qui Brienne riprese i progetti di Calonne e decise di ricorrere al prestito, ma un prestito programmato in un arco di tempo quinquennale per l'ammontare complessivo di 420 milioni. Per ottenere la registrazione di un simile editto occorreva tuttavia togliere al parlamento ogni arma di offesa, promettere una futura convocazione degli Stati, prendere insomma l'iniziativa sulla magistratura in questa pericolosa corsa di appello al popolo. E così il 19 novembre 1787, in una seduta solenne del parlamento alla presenza del rè e dei pari di Francia, fu data lettura degli editti di prestito e promessa la convocazione degli Stati per il 1792. Colti di sorpresa i magistrati si agitarono senza ordine ne strategia e non trovarono altra forma di opposizione che chiedere una convocazione immediata degli Stati. Il duca d'Orleans protestò per l'illegalità della seduta e per l'ordine di registrazione. Poco mancò che la riunione degenerasse in una rissa armata alla presenza del monarca. Brienne reagì con decisione: il duca d'Orleans fu esiliato, alcuni magistrati incriminati, le rimostranze del parlamento cassate. Riprese la lotta; in provincia riprese l'agitazione più violenta che mai. « Gli abusi a lungo tollerati e l'oblio delle regole di governo — scrivevano i parlamentari di Rennes — conducono al disprezzo delle leggi e il disprezzo delle leggi prepara la caduta degli imperi ». Ma con la sola promessa della convocazione degli Stati generali la monarchia assoluta aveva dichiarato fallimento e con essa falliva la società di antico regime. Roberto Moro da " www.lastoria.org " Ecco le tape degli avvenimenti del 1789: Gli Stati generali, solennemente inaugurati il 5 maggio 1789, dopo neanche tre mesi, il 9 luglio, si proclamano Assemblea nazionale costituente, e la vittoria popolare parigina del 14 luglio assicura il successo del movimento: in quei tre mesi decisivi, tutti gli elementi di una situazione esplosiva giunsero a una maturazione gravida di conseguenze. La campagna elettorale, per la prima volta, aveva davvero dato al popolo francese il diritto alla parola, ed esso ne aveva usato nelle sue assemblee: dai più ingenui ai più elaborati, i cahiers de doléances sono un'impressionante testimonianza collettiva dell'ansia di mutamento alla quale la stessa forma del cerimoniale d'apertura degli Stati generali non sembrava la più adatta a rispondere. Ma sul problema del voto, pro capite o " per ordine ", il Terzo stato ha immediatamente affermato la sua volontà di mostrare ai privilegiati quale posizione intendesse assumere. Il 6 maggio, sul modello della costituzione inglese il Terzo si definisce un corpo elettorale autonomo e nuovo e assume il nome, per imitazione del linguaggio politico inglese, si attribuisce il titolo di (camera dei) Comuni.
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